“Niente nell’universo potrebbe resistere a un numero sufficientemente grande di intelligenze raggruppate e organizzate.”

Questa frase è ben visibile nella homepage di optimistan.it, il sito web della neonata Lega Ottimisti Italiani ed è stata scelta perché ben sintetizza lo spirito dell’associazione: proporre una visione unitaria e ottimista della creazione.

La Lega degli Ottimisti  italiani è una realtà appena nata, che si aggiunge alla grande famiglia internazionale delle Leghe degli Ottimisti. La coincidenza più bella e carica di buoni auspici è il mese in cui è nata, Aprile, che coincide con il 60° della morte di quella magnifica figura scelta come guida: Pierre Teilhard de Chardin, l’autore di quella frase.

Teilhard

In questi giorni, in occasione dell’anniversario della sua morte, potrete leggere molti articoli sulla sua complessa figura di scienziato, paleontologo, teologo e pensatore, per cui eviteremo di ripetere concetti già egregiamente espressi da altri colleghi, per cui preferiamo soffermarci sugli aspetti più vicini alla nostra mission.

Teilhard de Chardin, gesuita, grande pensatore e scienziato, nasce a Orcines un piccolo comune francese della regione dell’ Alvernia, il 1° maggio del 1881, due mesi dopo la morte di Fëdor Dostoevskij. Ma è un cittadino del mondo, perché viaggia per tutta la vita. Muore a New York il 10 Aprile del 1955.

Il 1881 non è l’unico punto di contatto fra Dostoevskij e Teilhard, bensì un ‘oltre’ che è ben espresso da Soloviev nel suo Principi filosofici della conoscenza integrale così come citato nel testo di Truhlar : « Indubbiamente in ogni essere umano sotto ogni sentimento, sotto ogni rappresentazione determinata e sotto ogni volontà determinata, è insita una percezione immediata della realtà assoluta, in cui sentiamo immediatamente la realtà dell’Assoluto, in cui noi, per così dire, veniamo a contatto con Colui che è da sé » (I, 319-320)

Quindi se punto di contatto vi può essere stato fra questi due personaggi, esso è nello stesso tempo esterno alla loro vita vissuta, ma dentro la loro esistenza come “contatto” con l’Assoluto.

Leggendo il noto romanzo di Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”, troviamo questo passo: “Era uomo di grande intelligenza e imparai molte cose utili da lui. «Che la vita sia un paradiso – mi dice ad un tratto – anch’io da molto tempo lo penso – e subito aggiunse: – son sempre lì col pensiero». Mi guarda e sorride: «Ne sono anzi più persuaso di voi, in seguito saprete come e perché». Ascolto e penso: «Certamente costui vuol rivelarmi qualcosa ». «Il paradiso – dice – è in ognuno di noi, occulto, e anche in me si nasconde, e se volessi, domani e per tutta la mia vita potrebbe essere per me paradiso». Lo guardo: parla con gran sentimento e mi guarda con aria misteriosa e interrogativa. «Quanto al fatto – continua – che ogni uomo sia colpevole di tutto per tutti, e non soltanto dei suoi peccati, concordo pienamente con voi, e davvero commuove la piena convinzione con cui avete abbracciato questa idea. E’ assolutamente vero che quando gli uomini avranno accettato e compreso tale pensiero, incomincerà per essi il regno dei cieli, non già nell’immaginazione, ma nella realtà». – «Ma quando – esclamai con tristezza – ma quando mai ciò potrà avverarsi, e sarà mai possibile che si avveri ?». – «Ed ecco, anche voi – dice – non ci credete. Sappiate dunque che assolutamente questo sogno, come voi dite, dovrà avverarsi, non ora, credetelo, poiché v’è una legge per ogni fatto. Questa cosa non riguarda che l’anima. Per trasformare il mondo bisogna che gli uomini si pongano psicologicamente su un’altra strada. Finché tu non sarai diventato fratello verso il fratello non ci potrà essere fraternità. Ma gli uomini,  secondo qualunque scienza o mossi da qualunque interesse, sapranno senza offesa reciproca ripartire come si deve le loro sostanze e i loro diritti. A ognuno di loro la parte ricevuta sembrerà sempre scarsa, e sempre vi sarà scontento, invidia e stermini. Voi domandate quando questo avverrà. Avverrà, ma prima deve concludersi il periodo dell’umano isolamento». – «Quale isolamento ?» gli domandai. «Dico l’isolamento che dovunque domina, specialmente ora, nel nostro secolo, ma ancora non concluso, ancora lontano dal suo termine. Invero ognuno aspira oggi a separare più che può la sua persona, vuole vivere pienamente per se stesso, pertanto a onta dei suoi sforzi invece di vivere pienamente non fa che uccidere se stesso, e invece della perfezione dell’essere, da tale condotta non deriva che la solitudine più completa. E così nel nostro secolo tutti si isolano in unità, ognuno si chiude nel suo guscio,  ognuno si separa dall’altro, si nasconde e nasconde ciò che possiede, e finisce per essere respinto dagli uomini, mentre anch’egli li respinge. Accumula da solo le ricchezze e pensa “quanto son forte e indipendente”; e non sa, lo stolto che più accumula e più lo insidia la debolezza del suicida. Egli è infatti abituato a credere soltanto in se stesso e dalla comunità degli uomini a separarsi come unico; abituò anche l’anima sua a non credere nell’aiuto dell’uomo, sempre nel timore che il suo denaro, con i privilegi che da esso derivano, vadano irrimediabilmente perduti. Lo spirito dell’uomo, dovunque, oggi si mostra nel modo più ridicolo incapace di capire, che la vera indipendenza dell’essere consiste non negli sforzi particolari dell’individuo, ma nel convergere degli sforzi di tutti verso un solo scopo. Ma deve finire anche questa orribile solitudine, e tutti gli uomini comprenderanno come, separandosi l’uno dall’altro, agivano contro natura. E questo sarà lo spirito che informerà il nuovo tempo, e l’uomo avrà meraviglia d’aver preferito la tenebra alla luce. Allora anche apparirà il segno del Figlio dell’Uomo nei cieli… Ma fino a quel tempo bisogna serbare l’insegna, costi quello che costi; e, sia pure da solo, deve l’uomo mostrar l’esempio e levar l’anima dalla sua solitudine nell’ideale dell’amore fraterno, anche se ciò dovesse costare nomea di follia… ».

È molto interessante la convergenza fra questo passo ed il pensiero teilhardiano, presente in uno scritto che ha cambiato radicalmente la vita di Teilhard, rendendolo un esiliato a vita, su “invito” del suo superiore della Compagnia di Gesù. Lo scritto in questione è “Note sur quelques répresentations historiques possibles du péché originel” in cui si nota grande sintonia con la parte iniziale del testo di Dostoevskij: «Il peccato originale esprime, traduce, personifica, in un atto istantaneo e localizzato, la legge perenne ed universale di colpa che sta nell’Umanità in virtù della sua situazione di essere «in fieri». Si oserebbe forse dire che, poiché l’atto creatore fa risalire l’Essere a Dio dai confini del nulla, ogni creazione implica, come un rischio e come un’ombra, una certa colpa, vale a dire si accompagna inevitabilmente ad una Redenzione. In questa prospettiva, il dramma dell’Eden sarebbe il dramma stesso dell’intera storia umana raccolta in un simbolo profondamente espressivo della realtà. Adamo ed Eva sono le figure dell’Umanità in cammino verso Dio. La beatitudine del Paradiso terrestre rappresenta la salvezza continuamente offerta a tutti ma rifiutata da molti ed organizzata in modo tale che nessuno ne consegua il possesso all’infuori dell’unificazione del suo essere in Nostro Signore».

cinaIn un altro testo, scritto a Pechino nel 1936 dal titolo Esquisse d’un Univers Personnel, Teilhard si avvicina ancora di più al pensiero dello scrittore russo:

«No, le linee dell’Universo non si avvolgono in curve chiuse nel nostro essere. Ma, sin nell’unità del nostro ego, il loro fascio non regge che grazie a un collegamento nel futuro. È quanto mi sembra stabilito dall’esperienza universale dell’Umanità. Se, nelle nostre anime, il Mondo fosse maturo, dovremmo trovarci nella pienezza del nostro equilibrio e nel riposo. Potremmo fare il giro di noi. Ora, proprio all’opposto, ecco che sfuggiamo costantemente a noi stessi nello stesso sforzo che facciamo per padroneggiare la nostra personalità. Ciò che in definitiva amiamo in essa è sempre un «altro» situato oltre. Siamo incompleti, incompiuti.» (…) «L’uomo evita di comunicare se stesso a un altro perché teme che tale spartizione diminuisca la sua personalità. Tenta di crescere isolandosi. Ebbene, se l’Universo è organicamente possibile (se cioè non ci pone, per nascita, in una situazione meccanicamente impossibile), è proprio vero il contrario. Il dono che facciamo del nostro essere, lungi dal minacciare il nostro «ego», deve portarlo a compimento.» (…) «Ciò che irrigidisce e neutralizza la stoffa umana è l’egoismo. L’unione differenzia. Così, non già nel fondo di noi, ma al di sopra di noi, ricompare la legge di convergenza fondamentale.»

C’è un altro caso d’interessante convergenza di pensieri che ritroviamo in una tavola rotonda tenutasi all’Accademia di Bologna in occasione del 50° anniversario della sua morte, in cui è stata ricordata la figura del gesuita scienziato e anche quella di un altro scienziato, prete ortodosso, Pavel Florenskij. A quell’evento hanno partecipato alcuni scienziati russi delle Università di San Pietroburgo: Yuri Romashev, fisico, presidente della Fondazione russo-italiana per la promozione della scienza, dell’arte e della cultura, Constantin Isupov, filosofo, Andrey Gribb, fisico teorico, il professor Alessandro Klestov, filologo, unitamente a padre Fiorenzo Reati, docente nel seminario cattolico di San Pietroburgo.

In quell’occasione furono poste alcune domande al professor Fiorenzo Facchini, membro dell’Accademia e professore di Antropologia. In questo articolo vogliamo pubblicare quella che reputiamo più significativa.

Perché al ricordo di Teilhard de Chardin è stato associato Pavel Florenskij, che non si è occupato di evoluzione?

Pavel Florenskij non si è occupato di evoluzione e neppure ha conosciuto Teilhard de Chardin, ma con lui ha diversi aspetti in comune. Prete ortodosso, teologo, ingegnere, matematico, filosofo, membro dell’Accademia Teologica e dell’Accademia delle Scienze di Mosca, vissuto tra il 1882 e il 1937, è stato definito «il Leonardo da Vinci dei nostri tempi». Anch’egli, come Teilhard, propose una visione unitaria della creazione, permeata da un ottimismo che lo faceva guardare al mondo con amore. Anch’egli cercò una sintesi tra scienza e fede, rifacendosi alla natura come manifestazione del divino attraverso il visibile. Anch’egli incontrò opposizioni che non gli permisero di sviluppare pienamente il suo pensiero. Teilhard incontrò le difficoltà nel suo Ordine (i riconoscimenti ci saranno dopo la morte, particolarmente nei lavori conciliari per la «Gaudium et Spes»). Assai diverse le opposizioni incontrate da Florenskij. Esse furono di ordine politico, tali da portarlo nel 1933 a un lager in Siberia, ove fu fucilato nel 1937 dai bolscevichi, che in un primo tempo avevano cercato di assimilarlo al regime sovietico affidandogli compiti di prestigio. Se oggi rivolgiamo l’attenzione a questi personaggi è perché siamo convinti che la loro visione del mondo può aiutarci nella costruzione del futuro.

Incaricato della cattedra di fisica e chimica nel collegio dei Gesuiti al Cairo, tale nomina gli dà l’occasione di essere investito dalle prime grandiose sensazioni che lo condurranno alla scoperta di Dio nel cuore del Mondo. Scrive: “Il Mondo si crea ancora e in lui è il Cristo che si compie. Quando ebbi inteso e compreso questa parola, contemplai, e mi accorsi come in un’estasi che attraverso tutta la natura mi ero tuffato in Dio”.

Il primo dovere di un giornalista è quello di esporre i fatti, nel modo più esaustivo possibile, affinché i lettori possano trarne il proprio punto di vista. E se questo punto di vista sarà stimolante al punto di portarlo ad un un irresistibile desiderio di condivisione, allora si sarà raggiunto lo scopo.